De Chirico a Ferrara

Il dipinto coi due manichini coloratissimi, a cui l’artista ha dato il titolo “Ettore ed Andromaca”, è uno dei più famosi di Giorgio De Chirico, che nella stilizzazione dei due personaggi omerici che si danno l’addio alle Porte Scee di Troia, li assolutizza a simbolo della sofferenza di ogni soldato che, partendo per il fronte, è costretto a separarsi dalla donna amata. Il quadro risale infatti al 1917, fu cioè dipinto in piena guerra, durante quel proficuo periodo artistico che De Chirico trascorse da Ferrara. La città, dove il pittore soggiornò per u triennio, gli dedica ora una mostra a Palazzo Diamanti che illustra con un cospicuo numero di opere che cosa sia stata la rivoluzione portata avanti dalla cosiddetta “pittura metafisica”, che tenta di tradurre in arte il non senso dell’umana esistenza. Per questo le immagini trascendono ogni aspetto reale e diventano un assemblaggio statico di stravaganti oggetti geometrici, che vuole sconcertare chi lo guarda, riuscendo tuttavia a suscitare in lui disagio ed insieme profonda emozione. Ospite come De Chirico dell’Ospedale di Ferrara era in quegli anni anche Carlo Carrà, uno dei maestri del Futurismo, che in un sodalizio non privo di rivalità, fece suoi i criteri della tecnica pittorica del collega, mostrando come quest’ultimo nei suoi quadri quello che sfugge all’immediatezza della percezione visiva e sta “oltre” la realtà. La mostra di Palazzo Diamanti mira infatti non solo a presentare le opere di De Chirico dipinte a Ferrara, ma anche a illustrare l’influsso che il suo stile pittorico ha esercitato, oltre che su Carrà, Morandi e sul ferrarese De Pisis, anche su molti artisti stranieri, quali George Grosz, da René Magritte a Salvador Dalí  e Max Ernst.  Il percorso espositivo diventa così una galleria paradigmatica delle avanguardie del Novecento.

La serie dei manichini di De Chirico nell’ultima sala dell’esposizione restituisce una concezione dell’uomo visto come creatura denaturata, priva di una specifica individualità, cristallizzata nell’immobilismo di forme singolarmente perfette, ma agglomerate in maniera confusa, specchio di un disorientamento che la guerra rende ancora più angoscioso.

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