“Il vizio dell’arte” di Alan Bennett

L’incontro (inventato) fra il poeta Wystan Hugh Auden (Ferdinando Bruni) e il musicista Benjamin Britten (Elio De Capitani), che un quarto di secolo prima erano stati uniti da un legame omoerotico, diventa centrale nella seconda parte della commedia di Alan Bennett (drammaturgo inglese, nato nel 1934) Il vizio dell’arte (The Habit of Art, 2009), in scena fino alla prossima domenica al Teatro Elfo Puccini di Milano. Pulsioni e ossessioni dei due anziani artisti emergono dal loro dialogo: Auden, diretto, ruvido, conscio del proprio successo, vive con angoscia la propria senile crisi creativa; Britten, fragile, sempre attanagliato dall’ansia di dover giustificare le proprie scelte intime, è invece nel pieno di un ultimo momento di produttività e cerca un librettista adeguato per l’opera che sta componendo, La morte a Venezia, ispirata all’omonimo racconto di Thomas Mann. A unire i due artisti non è più l’attrazione reciproca, ma il comune “vizio” dell’arte, a cui entrambi hanno dedicato la vita. Entrambi gli artisti conoscono bene la storia narrata da Mann, di cui tra l’altro Auden è stato genero, avendone sposato nel 1935  la figlia maggiore Erika, per permetterle di avere un passaporto britannico. Nella prosa di Mann il vecchio e stimato scrittore Aschenbach s’innamora dell’efebo polacco Tadzio, fino a rinunciare alla vita stessa. Ma mentre Britten rievoca la vicenda con tormento, vedendovi rispecchiata in parte la propria vita, Auden la riassume con spocchia, liberandola da tutti i raffinati fronzoli stilistici e mitologici e dichiarando che Dioniso ed Apollo, in verità, sono solo una  copertura di rispettabilità borghese a una storia di pedofilia.

Ma il testo di Bennett è assai più complesso, perché, per narrare questo scambio fra vecchi, si avvale del consumato espediente del “teatro nel teatro”, in quanto in realtà quel che si vuol rappresentare è una giornata di prove a National Theater, dove si sta per allestire la commedia Il giorno di Calibano, basata sul poema di Auden L’uomo e lo specchio, a sua volta nato dal desiderio di rivedere il finale, agli del poeta poco convincente, della Tempesta di Shakespeare. Alle prove è presente anche l’autore del testo, mentre i capricci dei singoli attori – soprattutto di Carpenter, futuro biografo di Auden e Britten – sono tenuti sotto controllo dalla equilibrata stage manager Kay (Ida Martinelli), che non perde mai di vista che in teatro “show must  go on”, per cui, pur dando retta a tutti, conclude sempre:  “Andiamo avanti!”.

Data la stratificazione plurima del testo, l’illusione scenica viene di continuo frantumata: il pubblico ha sempre coscienza che in scena non ci siano il poeta e il musicista, ma due loro interpreti che, essi stessi due divi, si permettono di interrompere di continuo la recitazione, vuoi perché hanno qualcosa da obiettare all’autore, vuoi perché hanno dimenticato una battuta, vuoi perché, più semplicemente, desiderano fare una pausa. Di là dei contenuti concreti, il testo diventa così anche una riflessione sul teatro, sul suo farsi, sulla dialettica fra realtà e finzione.

All’Elfo si assiste a un bello spettacolo, ambientato in un salotto trasandato, specchio di quel caos in cui non è possibile né mettere ordine, né far pulizia in maniera radicale e definitiva, che è la vita stessa.

Impeccabili i protagonisti, ma bravi anche tutti gli altri attori, guidati dalla regia di Francesco Frongia che riesce a evitare ogni stecca in quest’opera “corale”, dove, nonostante la serietà dei temi, si riesce anche a ridere di cuore.

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