Moni Ovadia canta Jannacci

È insieme omaggio a un grande poeta vernacolare e denuncia di una miope politica culturale lo spettacolo – in scena al Teatro dell’Elfo di Milano –, che Moni Ovadia dedica alla memoria di Enzo Jannacci. Defraudando la gente del proprio dialetto, demonizzato nel secondo dopoguerra come espressione linguistica di second’ordine e percepito non come vera lingua “altra”, ma come ostacolo all’apprendimento della lingua nazionale, la si è depauperata della sua più vera identità, inibendo la sua più spontanea e vivace capacità di relazionarsi con gli altri e con il mondo. A posteriori si è compreso questo errore e si è cercato di ovviare alla scellerata cancellazione di questo capitale culturale: basti pensare che l’UNESCO ha riconosciuto al dialetto napoletano, alla “vulgata partenopea” la dignità di patrimonio dell’umanità. Molto però è andato irrimediabilmente perduto, e a Enzo Jannacci va il merito di aver scelto invece un percorso contro corrente e di aver cantato in milanese, il dialetto della sua città, il quotidiano del proletariato urbano del dopoguerra in testi di canzoni, in cui a un lucido realismo si alternano squarci di un lirismo struggente. Riproponendo una serie di notissime canzoni – a partire da “Vengo anch’io, … no tu no” fino a “El purtava i scarp del tenis” e avanti fino all’”Armando” e al “Palo della banda dell’Ortiga” – Ovadia ripropone, accompagnato dallo straordinario pianista Alessandro Nisi, lo spaccato di una Milano che non c’è più, che non ha nulla a che vedere con la scintillante metropoli appiattita dalla globalizzazione e livellata sul un italiano grigio nella sua uniformità. Si ritrova qui invece la Milano di Jannacci, il medico menestrello, che sapeva esprimere in pochi tratti la miseria e lo splendore di quei reietti ed emarginati che abitavano le periferie, di che non trovavano un amico che desse loro una mano a pagare una cambiale in scadenza, che faticavano a comperarsi un apparecchio radio o una torta per il compleanno dei bambini, ma provavano i sentimenti di tutti – tenerezza, disprezzo, gelosia, paura – e li esprimevano in quel dialetto meneghino che è essenziale, a tratti crudo, a tratti commosso, ma mai melenso.

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