S. Antonio abate

Quand’ero bambina, il 17 gennaio, giorno dedicato a S. Antonio, la Piazza S. Giovanni a Morbegno si riempiva di animali – e a far effetto erano  soprattutto i cavalli infiocchettati e bardati a festa – che poi il sacerdote, affacciandosi sul sagrato della  chiesa, benediceva. S. Antonio infatti, anacoreta nato in Egitto e morto ultracentenario, è considerato il protettore degli animali, e poiché nel mondo contadino, alla metà di gennaio, veniva ucciso il maiale, nel dialetto lombardo il santo è comunemente chiamato “S. Antoni del purscel”, come recitano molte filastrocche in vernacolo. Il santo viene anche invocato in aiuto quando si sta cercando qualcosa – “S. Antoni da la barba bianca / fam truvà quel che me manca” – e, non da ultimo, è considerato il guaritore dello herpes zoster, chiamato appunto comunemente “fuoco di S. Antonio”. Sì, perché secondo la credenza popolare, questo santo avrebbe dimestichezza con qualsiasi forma di fuoco e sarebbe la versione cattolica del Prometeo pagano: come il gigante ribelle sottrasse il fuoco agli Dei dell’Olimpo, così quest’eremita avrebbe donato il fuoco agli uomini, sottraendolo all’inferno. Nell’iconografia tradizionale S. Antonio è infatti rappresentato accanto ad un maiale e ad un fuoco che arde. Mentre nei miei ricordi d’infanzia la benedizione degli animali è ben presente, non riesco a collegare il 17 gennaio con un falò, mentre proprio questa tradizione, benché ormai avulsa dal contesto religioso, sembra essere quella che si è perpetuata fino ad oggi anche in Lombardia.

All’usanza del falò fa riferimento la poetessa milanese Antonia Pozzi che, nel giorno del suo onomastico, il 17 gennaio 1935, poco prima di compiere ventitré anni (era nata il 13 febbraio 1912 e si sarebbe tolta la vita nel dicembre del 1938), scrisse questi malinconici versi, con ogni probabilità mentre si trovava in vacanza in Liguria. All’ardore dei falò si contrappone qui il buoi angoscioso di un’anima in cui è stata spenta ogni forma di passione:

 

Fuochi di S. Antonio

Fiamme nella sera del mio nome

sento ardere in riva

a un mare oscuro –

e lungo i porti divampare roghi

di vecchie cose, d’alghe e di barche

naufragate.

 

E in me nulla che possa

esser arso,

ma ogni ora di mia vita

ancora – con il suo peso indistruttibile

presente – nel cuore spento della notte

mi segue.

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